Festa del Seminario nel segno di don Natale Bussi a 30 anni dalla morte

ALBA Giovedì 25 gennaio, i sacerdoti albesi hanno celebrato la tradizionale Festa del Seminario. Nell’occasione è stato ricordato un grande rappresentante del clero albese che nel Seminario ha trascorso buona parte della sua vita, come rettore e insegnante di teologia, don Natale Bussi, del quale il 14 marzo ricorre il trentennale della  morte. Dopo l’introduzione del vescovo Marco Brunetti, hanno preso la parola per un ricordo della figura di don Bussi, monsignor Cesare Battaglino e il professor Battista Galvagno (di cui pubblichiamo la relazione). A don Bussi è stata intitolata l’aula magna del Seminario.

Il mio ricordo di don Bussi

Ho conosciuto don Bussi nel 1962, quando, entrato in Seminario, in prima media, ho incontrato la figura austera e maestosa del Rettore. Incuteva rispetto già solo per la statura e per i misteriosi occhiali scuri. Per fortuna, noi avevano a che fare con il Vicerettore, don Boero, che almeno sul piano della statura era più alla nostra portata! I nostri rapporti con il Rettore erano radi: a fine trimestre veniva in studio a “leggere” i voti trimestrali; spesso lo vedevamo passeggiare, dopo pranzo, dietro le vetrate del primo piano; qualche volta si affacciava ad una finestra per guardare noi intenti a giocare nel cortile. Ogni tanto compariva a sorpresa in refettorio, mentre eravamo a tavola: si informava del cibo, si avvicinava alla cesta del pane per verificare che non fosse vuota: ricordando che lui, da seminarista, aveva sofferto la fame, si sincerava che noi avessimo cibo a sufficienza. Giunto in Teologia, ho seguito il primo corso con don Bussi nel 1970 e tre anni dopo, nel 1973 ho seguito l’ultimo corso di Dogmatica qui in Seminario, prima del trasferimento dei corsi a Fossano.

Proverò dunque a tracciare un ritratto del don Bussi che ho conosciuto io, esplicitando il metodo che ho seguito. Sappiamo che ci sono due modi di fare storia, di ricordare una persona che non c’è più. Faccio l’esempio dei vangeli. C’è il metodo scelto da Matteo e Luca: scandagliare la memoria, ma poi fare ricerche accurate, cercando testi, interrogando testimoni. Avrei potuto fare così: rileggere i testi scritti da don Bussi – cosa che parzialmente ho fatto! – rileggere il libro di testimonianze su di lui – ho fatto anche questo! – interrogare quanti l’hanno conosciuto, tra cui molti dei presenti, mettendo insieme tante testimonianze, per tracciare un ritratto il più possibile completo e fedele. È il progetto avviato a livello diocesano.

Ma c’è un secondo modo di fare storia, quello scelto da Giovanni, per scrivere il quarto vangelo: mettere da parte la preoccupazione di dire tutto e lasciar affiorare dalla memoria gli eventi più significativi, quelli essenziali a tratteggiare il personaggio, tentando di ri-comprenderli nel presente, alla luce del tempo ormai trascorso. È il metodo che ho scelto io: non ho dunque nessuna pretesa di offrire un ritratto completo, né una impossibile sintesi teologica; mi limiterò ad alcune pennellate su don Bussi – con uno stile che potremmo definire impressionistico – cercando di cogliere alcuni tratti della sua figura.

In questo lavoro mi sono lasciato guidare da una pagina dell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco – il n. 236, in cui egli esplicita la sua visione filosofica dell’uomo, “l’umanesimo poliedrico” – una pagina in impressionante sintonia con l’idea-chiave della sintesi teologica di don Bussi: anche il mistero cristiano è, secondo lui, una realtà poliedrica, tanto che può essere colto dalle famose sei strutture. Queste sei strutture – come ci ha spiegato tante volte – sono sei modi diversi di dire la stessa realtà, il Mistero Cristiano, sono sei punti di vista sul mistero.

Questo vale non solo per Gesù Cristo, ma per ogni persona: ogni persona è un mistero che può essere accostata da più punti di vista. Questo vale anche per don Bussi. Cercherò allora di tracciarne il ritratto da sei punto di vista complementari, con sei pennellate, o, se preferite, con sei colori. Con una premessa: così i punti diventano sette, espressione biblica della totalità!

Premessa: la filosofia di don Bussi.

Io l’ho conosciuta solo di riflesso, perché non ho mai avuto don Bussi come professore di Filosofia. È bastato don Lisa a farmi appassionare alla materia! La teologia di don Bussi poggiava però su una solida base filosofica, facilmente individuabile e più volte esplicitata: la filosofia di San Tommaso letta e interpretata in chiave personalistica. La filosofia di San Tommaso muove dal realismo gnoseologico, che, tradotto in termini molto semplici, al limite della banalizzazione, significa che la mente umana può conoscere la realtà che ci circonda e che le parole possono “dire” questa realtà conosciuta: “Verba significant rem”! Sul piano filosofico don Bussi metteva in guardia, oltre che dal materialismo positivistico che negava la spiritualità dell’uomo, dalle filosofie soggettivistiche di stampo kantiano (secondo cui è il soggetto conoscente a dare forma alla realtà) e più ancora dalle varie forme di Idealismo (secondo cui la realtà è posta in essere dall’io). Il compito dell’uomo, in campo gnoseologico è conoscere una realtà altra da sé, cercando di arrivare alla “res”.

Quante volte don Bussi ha pronunciato la parola “res”, per indicare la cosa, la sostanza delle cose, la realtà nel suo essere profondo. Si può e si deve trovare la “res” sia nel mondo materiale, sia nel mondo spirituale sia, per analogia, nel mondo divino-trascendente.

Il fine ultimo dello studio è scoprire la “res”. Lui peraltro, grazie ad una mente prodigiosa, sapeva cogliere in un libro, in un autore, la “res”, l’idea-chiave e aveva sia il coraggio di dirla, sia la verve espositiva per farla apprezzare. Lui poteva permettersi di farlo, perché i libri li aveva letti da cima a fondo, li aveva capiti in profondità. Noi a volte ci sentivamo autorizzati a fare la stessa cosa, senza avere alle spalle letture e studi così approfonditi, coltivando la pericolosa l’illusione di sapere, avendo solo memorizzato affermazioni e giudizi, senza averli interiorizzati. Ho provato talvolta questa sensazione, frequentando, dopo aver completato gli studi teologici, l’Università statale di Torino, facoltà di Filosofia: altri insegnanti, in particolare la professoressa Bosco, mi hanno trasmesso un metodo più analitico e un atteggiamento più prudente.

Lo stile di don Bussi però un po’ mi è rimasto e mi è stato molto utile nella vita: ad un certo punto, prima o poi, bisogna venire al dunque, bisogna arrivare ad una conclusione, bisogna correre il rischio di fare affermazioni chiare e nette. Chi ha avuto il privilegio di studiare – e studiare è stato per me e per parecchi di noi un privilegio! – e chi ha l’opportunità o il compito di parlare in pubblico, ha il dovere di farsi capire. E don Bussi si faceva capire, a volte fin troppo! Ricordiamo che il suo sforzo divulgativo in campo teologico gli valse l’appellativo di “Teologo della vigna”, comparso sull’Osservatore Romano, nella recensione del “Mistero cristiano”. Ricordiamo le sue prese di posizione in campo politico, negli anni bui del fascismo, negli anni della “Tortura di Alba e dell’Albese”, tesi sviluppate, prima in articoli comparsi su Gazzetta d’Alba e poi nel libro La persona umana nella vita sociale, che hanno contribuito a formare la classe dirigente del dopoguerra, ma che l’hanno portato anche a sperimentare alcuni giorni di carcere! Questa sua parresia ci incoraggia a tracciarne l’annunciato ritratto, senza nascondere una nota di chiaroscuro.

Questo “gigante del pensiero” ha mostrato i primi segnali di crisi alla fine degli anni sessanta: abituato a trattare da pari a pari con il pensiero forte delle ideologie, camminando sul solido terreno della storia, si trovò in difficoltà a muoversi nelle sabbie mobili, in quel “mondo liquido” mirabilmente analizzato da Baumann: pensiamo alla fatica a capire la contestazione del ’68, fuori e dentro la Chiesa, a capire la cultura radicale trionfante in occasione dei referendum sul divorzio e sull’aborto, a interpretare il soggettivismo relativistico sfociato nel pensiero debole. Ma lasciamo questo aspetto che riprenderemo alla fine e vediamo di tracciare il ritratto di don Bussi.

 

  1. Struttura dialogico-relazionale – Don Bussi, uomo in dialogo.

  Don Bussi, in coerenza con la sua filosofia personalistica, con la concezione della persona come “relatio subsitens” è stato un uomo di relazioni e di apertura in un tempo in cui la Chiesa era tutta arroccata in difesa, per paura della cultura moderna: era il tempo in cui esisteva ancora l’obbligo del giuramento antimodernista per chi doveva insegnare in un seminario in una scuola di teologia, il tempo in cui per un fondato sospetto di modernismo si rischiava la sospensione a divinis. In un contesto del genere, don Bussi dialogava in modo aperto con agnostici del calibro del professor Chiodi, viveva la sua profonda amicizia con Beppe Fenoglio, meritandosi tra l’altro un richiamo da Roma per la partecipazione, con un intervento pubblico, al suo funerale civile!

Ma le relazioni fondamentali sono state quelle veicolate dalle sue lezioni o conferenze: erano le circostanze in cui dava il meglio, riuscendo ad entrare in sintonia con l’uditorio (oggi diremmo che aveva un feeling spontaneo). Saliva in cattedra con il passo del maestro, talmente sicuro del percorso da compiere, da trasmettere fiducia e incoraggiare a seguirlo nelle sue lezioni incalzanti, con un susseguirsi di argomentazioni, in un confronto serrato e continuo con la grande teologia europea. Qui, in quest’aula magna del seminario, in un tempo in cui Internet non era ancora nato e le videoconferenze erano fantascienza, noi suoi alunni avevamo il privilegio di respirare l’aria di Lovanio o della Sorbona, di dialogare con Barth, Rahner, Balthasar o di polemizzare con le ultime tesi di Bultmann. Arrivava alla cattedra generalmente con una pila di libri e spesso riusciva ad indurti a prendere in mano uno di quei testi poderosi di teologia. E quando provavi a leggerlo, magari partendo dalle pagine che lui ti aveva indicato come essenziali, scoprivi, dalle sottolineature pesanti e dai commenti a margine, scritti a matita in grossi caratteri, che lui li aveva già letti, tutti! Sapere che qualcuno aveva camminato prima di te su quegli impervi sentieri era una rassicurazione, una spinta a proseguire la lettura. Questa è la relazione formativa tra maestro e allievi, la relazione che fa crescere un giovane dal punto di vista culturale e personale.

 

  1. Struttura Cristica – Don Bussi, innamorato di Cristo.

  Don Bussi può essere annoverato – per citare il titolo di un volumetto di quegli anni – tra i “Cristocentrici temerari”. Gesù Cristo, l’Uomo-Dio era per lui il cuore, la “res” del Cristianesimo. Arrivare all’incontro personale con Cristo era il fine non solo della ricerca teologica, ma della vita. Comprendiamo quindi il suo entusiasmo per la teologia fortemente cristocentrica di Karl Barth: aspettava con impazienza l’uscita di ogni nuovo volume della Dogmatik e lo leggeva immediatamente in tedesco – lingua che padroneggiava! – per poi proporre a noi la traduzione in francese.

Il suo approccio era mistico-teologico: Cristo per lui era una persona viva, con cui rapportarsi, a cui ancorare la propria vita. Erano gli anni in cui nelle facoltà teologiche europee imperversava il metodo storico-critico di analisi del Nuovo Testamento, in cui la Form-geschichte di Bultmann sembrava la nuova frontiera della teologia biblica. Sovente non era d’accordo con alcune posizioni estremiste – posizioni che peraltro nel giro di pochi anni sono state ridimensionate e oggi, dopo poco più di 50 anni sembrano confinate in un passato lontano – e allora arrivavano quegli strali polemici che rendevano appassionanti e talora anche divertenti le sue lezioni: “Questa è chimica della teologia”, “Anche se sei un teologo, non puoi dire di conoscere una persona se conosci la sua composizione chimica e dopo aver ridotto una persona alle sue componenti chimiche non puoi farla rivivere”!

Un approccio teologico a Gesù Cristo implica certo una premessa biblica, ma poi deve tendere alla conoscenza teologico personale e approdare alla mistica. In termini semplici: di fronte alla persona-Gesù è certo utile, anzi indispensabile conoscere la sua storia, l’ambiente in cui è vissuto, i testi antichi che ci parlano di lui, ma poi, aiutati dalla fede e dalla riflessione che si è snodata nei secoli della storia della Chiesa, bisogna andare alla res: provare a scoprire e a dire chi è questa persona? (Ecco la Teologia dogmatica). Poi chiedersi: quale rapporto posso avere con questa persona? (Ecco la mistica, vertice della preghiera). Dopo, ma solo dopo, la domanda: come seguirne i passi? (Ecco la morale). Don Bussi non sopportava gli studi biblici fine a se stessi, che non culminavano in questo incontro tra persone e il moralismo: una lunga serie di precetti, utili più a colpevolizzare i fedeli, che a guidarli all’incontro entusiasmante con il Cristo.

 

  1. Struttura soterica – Don Bussi e l’impegno nella storia.

Il mistero cristiano è un mistero di salvezza, ma la salvezza si gioca nella storia. La storia è stato il campo di azione prima di Cristo, poi dell’uomo. La vita di don Bussi si è ispirata alla logica dell’Incarnazione. Pur avendo vissuto la maggior parte del suo tempo in Seminario non è stato un eremita: ha vissuto in profondità i problemi del suo tempo, in ambito sia culturale che politico.

La sua prima, fondamentale forma di impegno, il primo modo di vivere i problemi del suo tempo – quello che proponeva a noi suoi studenti – era lo studio. Studiare era il modo di aprirsi al mondo e ai grandi problemi del tempo. Ci raccomandava di essere attenti al presente, non rincorrendo la cronaca, ma cercando il senso degli eventi. La logica era quella di Barth, “In una mano la Bibbia, nell’altra il giornale”, e tra i giornali consigliava, più che non i quotidiani, la lettura costante della Civiltà Cattolica, per una visione costantemente aggiornata ma anche riflessa e ponderata degli eventi.

In seminario poi, in quegli anni, si discuteva se la cosa più importante per un seminarista o un chierico fosse la vita di pietà o lo studio. Io ho sempre fatto il tifo per lo studio: era la mia grande passione, quella che mi aveva portato in seminario e motivato negli anni delle medie e del Liceo. Approdato in Teologia, ho cominciato a capire, proprio grazie a don Bussi, che le due cose erano meno alternative di quanto pensassi, che studio e vita spirituale potevano, anzi dovevano armonizzarsi. Anni dopo, durante gli studi filosofici, ho scoperto nelle parole di Edith Stein il segreto di quella sintesi tra studio e vita spirituale che avevo visto incarnata in don Bussi. La grande santa tedesca, martire ad Auschwitz, descrisse così il suo itinerario spirituale giovanile, segnato da anni di agnosticismo: “La mia preghiera era la ricerca della verità”.

Nel caso di don Bussi forse suona ancora meglio l’inversione dei termini: “La mia ricerca della verità era preghiera”, ossia comunione ininterrotta con Dio. Era questa la sua originalità, nel significato profondo della parola, perché essere originali non è dire bianco ciò che tutti gli altri vedono nero. Originalità è andare alla radice delle cose, alla “res”, è avere la pazienza di mettere fondamenta là dove gli spiriti frettolosi vorrebbero tirar su muri di “cartongesso” e, proprio grazie a questo lavoro paziente, arrivare ad intuire per primi quello che gli altri stanno ancora faticosamente cercando.

Non a caso, uno dei frutti dello studio è stato, per don Bussi, la capacità di leggere il presente. Purtroppo sono stati pochi, dentro e fuori la Chiesa a capire quanto stava accadendo e a mettere in guardia dai pericoli del Fascismo e del Nazismo, a prendere le distanze dall’Uomo della Provvidenza. Don Bussi è stato uno di questi. E non sarà solo un caso se in Europa, mentre schiere di intellettuali e filosofi, da Croce a Gentile, per non parlare di Heidegger facevano a gara nell’elogiare e sostenere Mussolini e Hitler, a mettere in guardia dai totalitarismi sono stati teologi e mistici del calibro di Dietrich Bonhoeffer (in una trasmissione radiofonica due giorni dopo l’ascesa al potere di Hitler!), Karl Barth (leader con Bonhoeffer della Chiesa confessante), Edith Stein (già monaca, con il nome di Santa Teresa Benedetta della Croce) e, qui da noi don Bussi, insieme al Vescovo Grassi e ai preti che egli menziona nel suo libro “La tortura di Alba e dell’Albese”. Chi, come i teologi e i mistici, è abituato a leggere la storia con gli occhi di Dio non solo non è un alienato, ma sa vedere la “res”, la realtà profonda, le cose che non compaiono in superficie, ma che segnano il corso della storia!

 

  1. Struttura comunitaria – Per don Bussi, la “comunione” fu la chiave per capire la vita.

  Questa struttura del mistero cristiano era per don Bussi la chiave interpretativa sia della Chiesa, negli anni del Concilio Vaticano II, sia delle persone. A questo riguardo, vorrei condividere un ricordo vivissimo. La prima volta che ascoltai una omelia di don Bussi fu al funerale di don Bertoldi, il mio professore di Italiano e Latino per i tre anni della scuola media, morto in un incidente stradale, nell’auto uscita di strada per il manto stradale ghiacciato il 20 gennaio 1966. In quell’occasione don Bussi spiegò che don Bertoldi aveva realizzato in pienezza la sua vita vivendo una triplice “comunione”: con la famiglia, con il seminario e con gli scout. Mi colpì allora, studente di quarta ginnasio, non ancora avvezzo al linguaggio teologico, questo singolare uso del termine “comunione”, un termine che poi diventerà familiare nel corso di teologia.

Si diceva di don Bussi che, con questa concezione della Chiesa come “Mistero di comunione” (è il titolo di un suo libro) avesse anticipato il Concilio. Forse è vero; certo è stato uno dei primi – e dei pochi! – a capirlo a fondo e a cercare di divulgarlo con il suo tempestivo commento ai documenti conciliari. La Chiesa come comunione don Bussi non l’ha solo insegnata; l’ha amata e servita. È stato questo attaccamento alla Chiesa ad indurlo a privilegiare il lavoro nascosto e umile. Ricordiamo il bel ritratto tracciato da Mons. Piero Rossano, nel suo intervento in occasione dei funerali: «Si alzava alle cinque, si preparava alla Messa, diceva Messa alle suore del Seminario e poi studiava fino alle otto; e poi la scuola e poi lo studio… Due libertà si prese: un mese a Parigi, nel 1938, dai Domenicani, per studiare ed approfondire in loco la cultura francese ed un mese in Germania, a Bonn, dai Domenicani, l’anno seguente, per approfondire la cultura teologica tedesca; e poi sempre ad Alba: estate e inverno […] Avrebbe potuto fare carriera universitaria, accademica: gli avevano offerto posti – me ne aveva parlato, aggiungendo però: “Lavoriamo qui, per i sacerdoti: forse c’è anche più merito a stare all’oscuro”». Se vale ancora il detto, un po’ provocatorio, dell’Imitazione di Cristo, che don Bussi ci citò durante un incontro serale di “Lettura spirituale”, “Qui multum peregrinantur, paulo sanctificantur”, don Bussi si è mosso pochissimo, si è santificato qui, abitando in seminario quasi ininterrottamente, realizzando da qui una comunione profonda con la Chiesa universale.

 

  1. Struttura agapica. Il cuore del mistero cristiano per don Bussi fu l’amore.

Certo un amore adulto, “non a parole, ma con i fatti e in verità” (1 Gv 3,18). Don Bussi insegnava che sul tema dell’amore anche le religioni possono incontrarsi e ci raccomandava di leggere il libro di Ohm, L’amore a Dio nelle religioni non cristiane nell’edizione italiana curata da Piero Rossano.

Ci spiegava che la tesi sul ruolo fondante dell’amore era il cuore della teologia del primo Balthasar, destinata ad approdare poi alla teologia mistica di Gloria. Per spiegare che l’amore è la base di tutto, citò più volte una pagina del libro di Balthasar, Solo l’amore è credibile, in cui si legge: “Quando la mamma per giorni e settimane intere ha sorriso al suo bambino, giunge il giorno in cui il bambino le risponde con un sorriso. Essa ha destato l’amore nel cuore del bambino e il bambino, svegliandosi all’amore, si sveglia alla conoscenza”. Tutto nasce da una relazione d’amore: la vita fisica, la crescita umana, la fede, la ricerca teologica, la mistica.

Questo era uno dei pochi punti di dissenso con Barth, colpevole, a causa della sua formazione luterana, di accentuare praticamente solo l’amore discendente di Dio per l’uomo.  Invece il cuore del Cristianesimo, la “res” è l’incontro tra i due amori, quello che scende dall’alto, l’amore preveniente e fondante di Dio e quello che sale dal basso, come risposta, quello dell’uomo, anticipato da Cristo. Se non si realizza questo incontro siamo in un generico mondo religioso, non nel Cristianesimo!

Ricordo ancora un intervento secco, al limite della provocazione, negli anni del post-Concilio, nel contesto di una discussione, in classe, sulla riforma liturgica: ci spiegò che ciò che conta, la “res” della liturgia, non è la lingua usata, non è la disposizione dell’altare, non sono i canti, ma sono la fede e l’amore. Se in una celebrazione bellissima e solenne nessuno fa un vero atto di fede nell’amore di Dio e non risponde ad esso, lì non c’è stata nessuna celebrazione, per lo meno nessuna celebrazione cristiana: “Se in quella chiesa non è avvenuto un incontro di amore, non c’è stata nessuna Messa!”.

 

  1. Struttura escatologica – Anche l’identità di don Bussi si completa oltre la storia.

Il mistero cristiano si è rivelato nella storia, ma avrà il suo compimento nell’eternità. Anche la costruzione della nostra identità comincia qui, ma non finisce qui. Come ricorda San Giovanni “quello che saremo non è stato ancora rivelato” (1 Gv 3,2). Nelle lezioni sull’Escatologia, don Bussi ci insegnò che la comunione con Cristo che si realizza nel tempo autorizza a guardare con serenità e speranza “le cose ultime”, eventi di cui occorre accentuare la dimensione di mistero, relativizzando la prospettiva cosmologica della Bibbia: non possiamo più parlare di “luoghi”, parlando di Inferno, Purgatorio e Paradiso e, vivendo nel tempo, non abbiamo categorie mentali per rappresentarci l’eternità. È la comunione con Cristo che ci radica nel passato, ci fa vivere con pienezza il presente, tiene aperta per ognuno di noi la porta della speranza. Ma anche sul piano interpersonale sono i rapporti interpersonali a tenere viva la speranza.

Don Bussi fu uomo capace di guardare al futuro con speranza: sempre sul piano teologico, con qualche difficoltà sul terreno storico. Fu maestro di impegno e speranza finché l’età lo sorresse e le novità non diventarono una valanga travolgente. Abbiamo ricordato la sua lungimiranza e il suo coraggio, nell’aprire le porte della Chiesa al nuovo che avanzava. Non poté rendersi conto – ma non possiamo certo fargliene una colpa, perché sarebbe pretendere l’impossibile – della rapidità dei cambiamenti in atto. Purtroppo, mentre lui si adoperava per aprire le porte della casa – in questo caso del Seminario – le mura stavano crollando. Noi ce ne rendiamo conto oggi che la casa cristiana è in gran parte crollata, che il Seminario è crollato: non questo edificio, per fortuna, che resiste ben solido nelle sue fondamenta da quasi 500 anni, ma l’idea, lo stile di formazione, la proposta di vita che hanno segnato la vita di molti di noi e di cui siamo e saremo grati al Signore (questo, per lo meno, vale per me)! Ma quel mondo, con il suo stile di vita e di formazione è finito.

Allora ricordare don Bussi a 30 anni dalla morte significa ripartire dal punto in cui lui si è fermato, prendere in mano il testimone che lui ha lasciato cadere a terra e continuare la corsa. Quando a scuola, spiego il rapporto tra Socrate e Platone pongo la domanda: quand’è che un discepolo è fedele al maestro? Quando studia e ripete le cose dette da lui o quando continua la sua ricerca? Come si può essere fedeli a un maestro come Socrate, che insegna che la vita è ricerca, se non continuando la ricerca, andando oltre il maestro? Questo ha fatto Platone. Noi oggi ci chiediamo: come essere fedeli discepoli di un maestro che ha fatto dello studio e della ricerca il fine della sua vita? La risposta è molto semplice: continuando a studiare e a cercare, andando oltre il punto a cui lui è approdato. E come Platone è stato il completamento dell’identità di Socrate, così noi siamo chiamati ad essere il completamento dell’identità di don Bussi.

Don Bussi, come abbiamo visto, si è relazionato in modo ottimale al mondo moderno, il mondo delle ideologie, delle grandi narrazioni. Quel mondo non c’è più! Noi dobbiamo andare oltre e provare rapportarci con il mondo post-moderno. Un mondo che, ad esempio, non considera più la Chiesa né come un nemico da combattere, né come un alleato prezioso, ma come una voce tra le tante, portatrice di una delle tante “verità alternative”, a cui si può anche aderire in certi momenti della vita, ma che poi possono tranquillamente essere abbandonate. Una delle immagini più efficaci per esprimere il rapporto fede-vita oggi è secondo me quella di Derrida: la fede è come l’onda del mare che arriva su una spiaggia sabbiosa e modella la sabbia, poi si ritira e arriva l’onda successiva e lo scenario cambia. Poi arriva la bassa marea e per un po’ l’onda non raggiunge più la sabbia, la fede non tocca più la vita, poi risale l’alta marea e torna a modellare per un po’ la sabbia… La vita insomma è un’alternanza di momenti, di presenze suggestive e di vuoto, ma nulla è definitivo. Questo è il mondo in cui siamo chiamati a vivere.

È possibile oggi costruire qualcosa in uno scenario del genere? È possibile edificare sulla sabbia? Gesù, nel vangelo ci dice di no. Ma sotto la sabbia, c’è una roccia, c’è qualcosa di solido, meglio ancora di imperituro a cui ancorare la nostra vita? Don Bussi risponderebbe di sì. In uno scenario del genere la roccia è il legame personale con Cristo, l’abbraccio con lui, la fusione dei cuori, punto di approdo della vita, dello studio, della preghiera.

Noi crediamo che a questo incontro pieno, preparato con l’impegno di una vita, don Bussi è approdato 30 anni fa. Ma crediamo, anche grazie al suo insegnamento, che questo incontro può avvenire ancora oggi per noi, non importa se nel caos delle moderne città o sulla spiaggia deserta di Derrida. L’incontro con Cristo – la “res” del Cristianesimo che lui ha sempre cercato – è possibile anche oggi. Questo incontro va cercato, con l’impegno nella storia, con le relazioni vere e profonde, con lo studio, con la preghiera, con la contemplazione, perché ancora oggi può dare senso alla vita. Questo ci ha insegnato don Bussi e di questo, ricordando la sua riservatezza e l’allergia ai complimenti, gli diciamo semplicemente grazie.

Battista Galvagno